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Le tre età della vita interiore – Introduzione (4)

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Le tre età della vita interiore
Le tre età della vita interiore
Le tre età della vita interiore - Introduzione (4)
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Quando si vuole fare a meno di Dio, ciò che di grave c’è nella vita cambia. Se la religione non è più una questione seria e importante, ma qualcosa su cui si può sorridere, allora bisogna cercare la gravità altrove. La si colloca – o si pretende di collocarla – nella scienza o nell’attività sociale; si vuole lavorare con dedizione alla ricerca della verità scientifica o all’affermazione della giustizia tra le classi e i popoli. E dopo un po’ di tempo ci si vede costretti a rendersi conto che si finisce in un immenso disordine e che i rapporti tra gli individui e i popoli diventano sempre più difficili, se non impossibili. È chiaro, come dicono sant’Agostino e san Tommaso, che i beni materiali, a differenza di quelli dello spirito, non possono appartenere integralmente a più persone contemporaneamente. La stessa casa, lo stesso terreno non possono essere contemporaneamente e per intero di più persone, né lo stesso territorio di più popoli. Da qui deriva il terribile conflitto di interessi, quando si ponga febbrilmente il proprio fine ultimo in questi beni inferiori.

Al contrario, come a sant’Agostino piace sottolineare, gli stessi beni spirituali possono appartenere contemporaneamente e integralmente a tutti e a ciascuno. Senza che l’una cosa arrechi danno all’altra, possiamo possedere pienamente la stessa verità, la stessa virtù, lo stesso Dio. Ecco perché Nostro Signore ci dice: «Cercate prima il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta» (Mt VI, 33).

Non ascoltare questa lezione significa lavorare per la rovina.

Così si avvera ancora una volta la parola del Salmo CXXVI, 1: «Nisi Dominus codificaverit domum, in vanum laboraverunt qui aedificant eam; nisi Dominus custodieri civitatem, frustra vigilat qui custodit eam – se Dio non costruisce la casa, invano lavorano coloro che la costruiscono; se Dio non custodisce la città, invano la sentinella veglia alle sue porte».

Se ciò che di serio c’è nella vita cambia, se non riguarda più i nostri doveri verso Dio, ma l’attività scientifica o sociale dell’uomo; se l’uomo cerca costantemente sé stesso, invece di cercare Dio, suo fine ultimo, allora i fatti non tardano a mostrargli come si stia incamminando lungo una via impraticabile, che conduce non solo al nulla, ma a un disordine insopportabile ed alla miseria. Bisogna tornare a questa parola del Salvatore: «Chi non è con me è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde» (Mt XII, 20). I fatti lo confermano.

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Ne consegue che la religione possa fornire una risposta efficace, davvero realistica, ai grandi problemi attuali solo quando sia una religione profondamente vissuta; non solo una religione superficiale e di facciata, che consisterebbe in qualche preghiera recitata ad alta voce e in alcune cerimonie in cui l’arte religiosa avrebbe più spazio della vera pietà. Ora, non esiste una religione vissuta profondamente senza vita interiore, senza quella conversazione intima e frequente che ciascuno di noi intrattiene non solo con sé stesso, ma con Dio.

È quanto ci dicono le ultime encicliche di Sua Santità Pio XI. Per rispondere alle aspirazioni generali dei popoli, nella loro parte positiva, ovvero le aspirazioni alla giustizia e alla carità tra gli individui, le classi sociali e i popoli, il Pastore supremo ha scritto le encicliche su Cristo Re, sulla sua influenza santificatrice in tutto il suo corpo mistico, sulla famiglia, sulla santità del matrimonio cristiano, sulle questioni sociali, sulla necessità della riparazione e sulle missioni. In tutte queste encicliche si parla del regno di Cristo su tutta l’umanità. Da tutto ciò deriva chiaramente che, per mantenere la preminenza che deve avere sull’attività scientifica e su quella sociale, la religione, la vita interiore, deve essere profonda, deve essere una vera vita di unione con Dio. È una necessità evidente.

 

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