È proprio questo che abbiamo voluto dimostrare nel presente volume. Il consenso su queste grandi questioni si fa sempre più evidente ed è spesso più reale di quanto sembri. Alcuni, teologi di professione come noi, considerano la vita della grazia, germe della gloria, in sé stessa per giudicare quale debba essere il pieno e normale sviluppo delle virtù infuse e dei doni, la disposizione immediata a ricevere la visione beatifica, senza passare per il purgatorio; in altre parole, in un’anima pienamente purificata che ha tratto grande beneficio dalle prove terrene e non ha più bisogno di espiare le proprie colpe dopo la morte. Da ciò egli deduce che la contemplazione infusa rientra nel percorso normale della santità, in linea di principio o di diritto, sebbene vi siano eccezioni dovute al temperamento individuale, a occupazioni particolarmente assorbenti o ad un ambiente poco favorevole, ecc.
Altri autori, considerando soprattutto i fatti o le anime individuali in cui si manifesta la vita della grazia, affermano che esistono anime interiori veramente generose che non raggiungono tale vetta, la quale è tuttavia di per sé il pieno e normale sviluppo della grazia abituale, delle virtù infuse e dei doni.
Ora, la teologia spirituale deve, come ogni scienza, considerare la vita spirituale in sé e per sé e non in questa o quella anima individuale, in mezzo a queste o quelle circostanze poco favorevoli. Il fatto che esistano querce fuori posto non significa che la quercia non sia un albero di una foresta ad alto fusto. La teologia spirituale, pur prendendo atto delle eccezioni che possono derivare dall’assenza di questa o quella condizione, deve soprattutto stabilire quali siano le leggi superiori del pieno sviluppo della vita di grazia considerata in sé e quale sia la disposizione per ricevere immediatamente la visione beatifica in un’anima pienamente purificata. Il purgatorio, essendo una pena, presuppone una colpa che avremmo potuto evitare e che avremmo potuto espiare prima della morte, accettando sempre più le sofferenze della vita presente. Qui cerchiamo quale sia la via normale verso la santità o verso una perfezione tale da poter entrare in paradiso subito dopo la morte. Da questo punto di vista, occorre considerare la vita di grazia in quanto germe della vita eterna ed è quindi la giusta idea della vita eterna, meta del nostro cammino, che deve illuminare l’intero percorso da compiere. Il movimento non è definito dal suo punto di partenza, né dagli ostacoli che incontra, bensì dalla meta verso cui tende. Così la vita di grazia deve definirsi in base alla vita eterna di cui è il germe; di conseguenza, la disposizione prossima e perfetta a ricevere immediatamente la visione beatifica rientra nella via normale della santità.