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Le tre età della vita interiore – Prefazione (3)

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Le tre età della vita interiore
Le tre età della vita interiore
Le tre età della vita interiore - Prefazione (3)
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Il Congresso carmelitano di Madrid del 1923, le cui conclusioni vennero pubblicate sulla rivista El Monte Carmelo di Burgos nel maggio 1923, riconosceva la verità di questi due punti importanti riguardo alla contemplazione infusa (Tema V): «Lo stato di contemplazione è caratterizzato dal predominio crescente dei doni dello Spirito Santo e dal modo sovrumano in cui si compiono tutte le buone azioni». – Poiché le virtù trovano la loro perfezione ultima nei doni e poiché questi ultimi trovano la loro perfetta realizzazione nella contemplazione, ne consegue che la contemplazione è il «cammino» ordinario della santità e della virtù abitualmente eroica.

Nel suo Précis de théologie ascétique et mystique del 1926, anche mons. Tanquerey, sulpiziano, si allinea a questo insegnamento, nella misura in cui scrive (n° 1564): «La contemplazione infusa, se considerata indipendentemente dai fenomeni mistici straordinari che talvolta la accompagnano, non è qualcosa di miracoloso o di anomalo, ma deriva da due cause: la formazione del nostro organismo soprannaturale, soprattutto dei doni dello Spirito Santo, ed una grazia operante che di per sé non ha nulla di miracoloso… Questa dottrina sembra proprio essere quella tradizionale, così come la si ritrova negli autori mistici, da Clemente di Alessandria fino a san Francesco di Sales». – «Quasi tutti questi autori trattano della contemplazione come del normale coronamento della vita cristiana» (ibidem, n. 1566).

Si può citare nello stesso senso quanto afferma sant’Ignazio di Loyola in una famosa lettera a san Francesco Borgia (Roma, 1548): «Senza questi doni (impressioni e illuminazioni divine), tutti i nostri pensieri, parole e opere sono imperfetti, freddi e confusi; dobbiamo desiderare questi doni, affinché attraverso di essi diventino giusti, ardenti e chiari, per il più grande servizio di Dio». Nel 1924, padre Louis Peeters SJ, in un interessante studio intitolato Vers l’union divine par les exercices de saint Ignace (Verso l’unione divina attraverso gli Esercizi di sant’Ignazio-NdT), cap. VIII (Museum Lessianum, Bruges), scriveva: «Cosa pensa l’autore degli Esercizi della vocazione universale allo stato mistico? – È impossibile ammettere che la consideri come un’eccezione quasi anormale… È nota la sua fiducia ottimistica nella generosità divina: “Pochi uomini, diceva, sospettano ciò che Dio farebbe di loro se essi non vi ponessero ostacoli”». È vero, tale è la debolezza umana che solo un’élite singolarmente generosa accetta le temibili esigenze della grazia. L’eroismo non è mai stato, né sarà mai banale e la santità non si concepisce senza eroismo…

«In tutto il libro degli Esercizi, con un’insistenza che rivela la sua profonda convinzione, offre ai suoi generosi discepoli la speranza illimitata delle divine comunicazioni, la possibilità di raggiungere Dio, di assaporare la dolcezza della divinità, di entrare in comunicazione immediata con Dio; di aspirare alla familiarità divina. «Quanto più l’anima, dice, si attacca a Dio e si mostra generosa verso di Lui, tanto più diventa capace di ricevere in abbondanza le grazie e i doni spirituali…».

«È ancora dir troppo poco. Le grazie della preghiera non gli sembrano solo auspicabili, ma ipoteticamente necessarie per l’eminente santità, specialmente negli uomini apostolici». Non ci si poteva esprimere in modo più chiaro.

 

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