- L’unica cosa necessaria
La vita interiore, come chiunque può facilmente intuire, è una forma elevata di quella conversazione intima che ciascuno di noi intrattiene con sé stesso non appena si ritrovi da solo, anche nel trambusto delle strade di una grande città. Non appena smette di conversare con i propri simili, l’uomo dialoga interiormente con sé stesso su quanto più lo preoccupi. Questo dialogo varia notevolmente a seconda delle diverse fasi della vita: quello dell’anziano non è quello del giovane; varia molto anche a seconda del fatto che l’uomo sia buono o cattivo.
Non appena l’uomo cerchi seriamente la verità e il bene, questa conversazione intima con sé stesso tende a trasformarsi in conversazione con Dio ed, a poco a poco, invece di cercare sé stesso in ogni cosa, invece di tendere in modo più o meno consapevole a porsi al centro, l’uomo tende a cercare Dio in ogni cosa e a sostituire all’egoismo l’amore per Dio e per le anime in Lui. Questa è la vita interiore; nessun uomo sincero avrà difficoltà a riconoscerla.
L’unica cosa necessaria di cui parlava Gesù a Marta e Maria consiste nell’ascoltare la parola di Dio e nel viverla.
La vita interiore così intesa è in noi qualcosa di molto più profondo e necessario della vita intellettuale o della cultura scientifica, della vita artistica e letteraria, della vita sociale o politica. Si trovano – ahimè! – grandi scienziati, matematici, fisici, astronomi, che non hanno, per così dire, alcuna vita interiore, che si dedicano allo studio della loro scienza come se Dio non esistesse; nei loro momenti di solitudine non hanno alcuna conversazione intima con Lui. La loro vita sembra essere, sotto certi aspetti, la ricerca del vero e del bene in un ambito più o meno ristretto, ma è talmente viziata dall’amor proprio e dall’orgoglio intellettuale, che ci si chiede se porti frutto per l’eternità. Molti artisti, letterati e politici non vanno molto oltre questo livello di attività puramente umana, tutto sommato molto esteriore. Il profondo della loro anima vive di un bene superiore a loro stessi, vive di Dio? Non sembra proprio.
Ciò dimostra che la vita interiore ovvero la vita dell’anima con Dio merita davvero di essere definita «l’unica cosa necessaria», poiché è attraverso di essa che tendiamo al nostro fine ultimo e che ci viene assicurata la salvezza; non bisogna separarla eccessivamente dalla santificazione progressiva, poiché quest’ultima è la via stessa della salvezza.
Molti sembrano pensare: dopotutto basta che io sia salvato, non è necessario essere santo. Non è necessario essere un santo che compie miracoli e la cui santità sia ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa, questo è ovvio; ma, per essere salvati, bisogna intraprendere la via della salvezza, che è al tempo stesso anche quella della santità: in cielo ci saranno solo santi, sia che vi siano entrati immediatamente dopo la morte, sia che abbiano avuto bisogno di essere purificati nel purgatorio. Nessuno entra in paradiso se non possiede quella santità che consiste nell’essere puri da ogni colpa; ogni colpa, anche veniale, deve essere cancellata e la pena dovuta al peccato deve essere sopportata o rimessa, affinché un’anima possa godere per sempre della visione di Dio, vederlo come Lui si vede e amarlo come Lui ama Sé stesso. Se un’anima entrasse in Paradiso prima della remissione totale delle sue colpe, non potrebbe rimanervi e si precipiterebbe da sé in Purgatorio per essere purificata.